Centro protesi

Costruire una protesi di arto inferiore non significa soltanto fornire una nuova gamba. Costruire una protesi di arto inferiore rientra in un quadro ben più ampio e complesso, al cui centro vi è l’utente con le proprie esigenze, le proprie problematiche e la propria voglia di tornare a vivere. La protesi deve restituire fiducia alla persona che ha subìto un’amputazione, deve dargli la certezza di tornare a camminare, a correre, a salire e scendere le scale, a stare in equilibrio, a chinarsi, a ballare, a saltare, a fare di nuovo sport… o iniziare a praticarlo.
Una protesi deve garantire la necessità e il diritto di ciascuna persona amputata a condurre una vita normale.

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PALESTRA RIABILITATIVA

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FISIOTERAPIA E STUDI MEDICI

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Percorso riabilitativo protesi di arto

Valutazione

E’ sicuramente la fase più importante: quella in cui il tecnico entra in contatto con la persona e cerca di capirne le esigenze e le potenzialità.
Dopo una attenta valutazione funzionale ed emotiva e dopo aver esaminato tutti gli aspetti esterni alle condizioni del paziente, si definiscono gli obbiettivi da raggiungere. La valutazione può coinvolgere oltre ai tecnici ortopedici, anche i medici ed i fisioterapisti.

Realizzazione protesi

Questa fase può essere caratterizzata da più incontri
In un primo momento verrà rilevato il calco del moncone tramite scansione laser oppure ricorrendo alle classiche bende gessate. Successivamente, verrà realizzato un invaso test (comunque portante) in materiale trasparente per poter effettuare una prima prova durante la quale verificare l’adattamento morfologico dell’invaso stesso al moncone.
Verrà poi assemblata ed allineata la protesi per cominciare la fase di carico (per l’allineamento verranno utilizzate tecnologie all’avangurdia come il L.A.S.A.R).
Dopo aver raggiunto il primo obbiettivo, la protesi viene lasciata alla persona affinchè inizi ad adattarsi utilizzandola durante la normale routine quotidiana.

Solo successivamente a questa fase di test e agli eventuali accorgimenti presi, sarà possibile effettuare l’invaso definitivo.
In conclusione, sarà possibile effettuare anche alcuni piccoli miglioramenti sostituendo la componentistica secondo le necessità della persona.

Addestramento all’uso

L’addestramento all’uso è quello che fa la differenza tra avere una macchina sportiva e farci il giro del palazzo e avere una macchina sportiva e saperla guidare in pista, conoscerne le prestazioni, ma anche i limiti, conoscere come affrontare una curva o una difficoltà ma anche saper rallentare per poter entrare in traiettoria. Anche in questo caso, possiamo avvalerci dell’intero staff, compresi i fisioterapisti, che ci aiuteranno a rinforzare o a correggere atteggiamenti sbagliati che possono inficiare sulla riuscita della protesi.

Post riabilitazione

Alla consegna della protesi verranno programmati 3 incontri a 30, 60 e 180 giorni per ben monitorare l’andamento della soluzione adottata.

Al di là di questi incontri, saremo sempre al tuo fianco per consigli, sistemazioni o per provare nuovi componenti.

Approfondimenti e consigli

PROTESI TRADIZIONALI O MODULARI

Prima di entrare nel variegato mondo delle protesi di arto inferiore, una breve introduzione sulla loro classificazione. Le protesi di arto inferiore hanno come scopo fondamentale quello di permettere ad un soggetto amputato la deambulazione. Ma non solo. Le esigenze degli amputati di arto inferiore nei confronti della loro protesi sono sempre più ampie: integrazione nella vita normale, maggiori prestazioni dai singoli componenti della protesi, adattamento individuale e a misura d’uomo. Oggi ci sono due sistemi differenziati che permettono la costruzione di protesi per tutte le esigenze: il sistema tradizionale e il sistema modulare.

Protesi tradizionali
Nelle protesi tradizionali dette anche esoscheletriche, le pareti determinano la forma e hanno funzione portante. Vengono costruite partendo da prefabbricati a pareti spesse, in materiali quali legno o schiuma e quindi allineate staticamente. Vengono poi passo passo eseguite modifiche minime fino a raggiungere un allineamento e una conformazione statica precisi e infine viene definita la forma esterna. In seguito la protesi in legno viene assottigliata dall’interno e laminata, rivestita cioè di materiale plastico, conferendole solidità e un buon aspetto estetico.
Ad oggi, però, è possibile affermare che il sistema esoscheletrico è stato quasi completamente abbandonato. Infatti, esso non è in grado di soddisfare le molteplici esigenze, anche estreme, che presentano i pazienti, soprattutto se giovani, in quanto: consente di ottenere caratteristiche funzionali limitate a causa sia del numero ridottissimo di alternative disponibili per il ginocchio (al massimo 3), sia dell’impossibilità di applicare la vasta gamma di componenti (rotatori, ammortizzatori, strutture elastiche) sempre più sofisticati reperibili per la protesi endoscheletrica; è pesante; non permette di realizzare una buona cosmesi, soprattutto a svantaggio delle donne, poiché la struttura esterna del gambale e del ginocchio è rigida (in resina).

Protesi modulari
Le protesi modulari o endoscheletriche sono costituite da singoli componenti detti moduli intercambiabili. Tutti i componenti tecnici sono collocati all’interno di un rivestimento cosmetico in materiale espanso morbido. La separazione di funzione e forma ha permesso lo sviluppo di una molteplicità di moduli particolari come tubi e giunti, articolazioni di ginocchio e d’anca, e piedi atti a soddisfare le esigenze funzionali dell’amputato. La protesi modulare, grazie alla possibilità di intervenire in qualsiasi momento, anche a protesi finita, modificando e correggendo la registrazione, ha aperto nuove prospettive per l’allineamento statico e dinamico. In una protesi modulare gli elementi più importanti sono i nuclei di registrazione e gli adattatori. Con l’aiuto del nucleo di registrazione a forma di piramide è possibile effettuare in ogni momento modifiche nei tre piani di allineamento, indipendentemente l’uno dall’altro. Modificando l’angolo dell’adattatore distale e prossimale è possibile per esempio effettuare una traslazione parallela dei componenti sul piano sagittale e frontale.
L’introduzione di questo sistema di allineamento ha reso particolarmente vantaggioso il sistema endoscheletrico rispetto a quello esoscheletrico in quanto permette: il rapido allestimento (assemblaggio dei componenti) della protesi; la rapida e facile intercambiabilità dei moduli (modularità), in particolare delle articolazioni, in relazione ai materiali scelti ed alla funzionalità richiesta, anche a seguito dei risultati ottenuti durante il training riabilitativo; rapida e semplice modifica dell’allineamento delle varie parti della protesi per ottenere l’assetto ottimale, sia nella posizione di ortostatismo che durante le fasi della dinamica del passo, anche quando la protesi è terminata.
Ulteriori vantaggi del sistema endoscheletrico derivano, inoltre, dalla: riduzione del peso della struttura scheletrica, grazie all’utilizzo di materiali (leghe di titanio, leghe leggere, fibre di carbonio) aventi peso specifico inferiore a quello dell’acciaio; disponibilità di una vastissima gamma (flessibilità) di componenti ed articolazioni realizzate in diversi materiali ed impiegabili in funzione delle specifiche esigenze del paziente; superiore funzionalità delle articolazioni, in particolare di quella del ginocchio; realizzazione di una co-smesi in gomma espansa estremamente accurata, importante soprattutto per le donne che così possono indossare la gonna senza problemi estetici.
Infine, della superiorità del sistema endoscheletrico beneficiano: il paziente, che può vedere meglio soddisfatte le sue aspettative funzionali e cosmetiche; il prescrittore, per la possibilità di estrema personalizzazione del programma riabilitativo da redigere; il tecnico ortopedico, per la possibilità di attuare rapidamente e facilmente tutte le modifiche e gli adattamenti che si dovessero rendere necessari; il fisioterapista, che può variare facilmente e rapidamente gli obiettivi del programma, anche in itinere.

PROTESI TRANSTIBIALI

TRANSTIBIALI

 

TEMPORANEE E DEFINITIVE

Sancita la netta superiorità del sistema endoscheletrico su quello esoscheletrico (parte introduttiva Protesi di arto inferiore), in questa sezione verrà illustrato tutto il mondo delle protesi transtibiali modulari o endoscheletriche.

Le protesi transtibiali modulari possono essere distinte tra temporanee e definitive.

Al fine di consentire all’amputato il recupero in tempi brevi della stazione eretta e della deambulazione, dopo l’amputazione può essere applicata una protesi temporanea endoscheletrica. Essa è utile non solo ai fini di una buona rieducazione e per il reinserimento sociale dell’amputato, ma è importante anche per stabilire se l’amputato stesso è in grado di riprendere a camminare.
La differenza sostanziale tra protesi temporanea e protesi definitiva è rappresentata dall’invasatura che, nel caso delle prime, deve adeguarsi alla crescente diminuzione volumetrica del moncone (riduzione dell’edema postoperatorio), fino al raggiungimento del suo volume definitivo. L’invasatura, quindi, è personalizzabile ed, in genere, è disponibile in diverse misure tra le quali viene scelta quella che più si avvicina alle dimensioni del moncone. L’invasatura così ottenuta fornisce due vantaggi: gli adattamenti successivi, fino alla realizzazione di quella definitiva, sono più semplici e rapidi; è anche possibile l’impiego di cuffie dal comfort elevato come quelle di “nuova generazione”.
La sospensione della protesi al moncone è ottenuta con un cinturino soprarotuleo o una ginocchiera di sospensione. Lo scheletro della protesi è costituito dalla stessa struttura tubolare che sarà usata nella definitiva. Anche il piede protesico applicato dovrebbe essere quello previsto per la protesi definitiva per “garantire analoghi livelli di funzionalità”.

Protesi transtibiali modulari definitive

La protesi è caratterizzata da uno scheletro, con funzione portante, inserito tra invasatura e piede protesico. La sua peculiarità è rappresentata dalla presenza, al livello del piede e dell’invasatura, del “sistema registrabile di allineamento”. Esso è costituito da due moduli: il “maschio”, a forma tronco-piramidale e la “femmina”, caratterizzata da 4 viti a brugola (poste a coppie contrapposte sul piano frontale e su quello sagittale), che bloccano la piramide e consentono, scorrendo sulle sue pareti, i movimenti di flesso-estensione e di ab-adduzione di un componente rispetto al successivo.
L’invasatura è l’alloggiamento del moncone. L’invasatura deve assolvere il duplice ruolo di:
– trasferire i carichi (peso corporeo) fra struttura portante della protesi e struttura anatomica, ottimizzando la distribuzione di carico sul moncone e mantenere la protesi a contatto con il moncone, facendone un tutt’uno durante tutte le fasi del cammino. Essa deve, infatti, aderire perfettamente al moncone per evitare un possibile sfilamento durante la fase di swing del cammino;
– contenere e proteggere il moncone: essa può essere considerata il vero motore della protesi.
E’ indispensabile pertanto, che sia progettata correttamente sia dal punto di vista anatomico che biomeccanico. Ogni movimento relativo che si genera tra moncone ed invasatura riduce considerevolmente il controllo della protesi in quanto provoca insicurezza sia nelle fasi d’appoggio che di lancio e quindi gravi difficoltà nella deambulazione.
L’invasatura, in base alla consistenza delle sue pareti, può essere di due tipi: rigida e flessibile. Fino agli anni ’80 i materiali utilizzati per la costruzione dell’invasatura rigida erano: resine di laminazione, polipropilene e, anche se ormai raramente, il legno. L’invasatura in questo caso, per la sua costruzione, utilizza un modello di gesso del moncone, ottenuta tramite due processi di lavorazione:
– la laminazione, mediante la quale più strati di tessuto tubolare elastico,ricoprenti il modello di gesso positivo, vengono impregnati con una resina termoindurente. Al termine, otteniamo un’invasatura rigida, resistente ma a pareti sottili e quindi leggera;
– la termoformatura, durante la quale, da una lastra di propilene riscaldata in forno, viene adattata sul modello positivo in gesso.
Nel 1983 l’islandese Ossur Kristinsson, presentò un nuovo sistema ad invasatura flessibile utilizzabile per tutti i livelli d’amputazione. L’invasatura flessibile è costituita:
– da un telaio portante rigido (realizzato con fibre di carbonio laminate) che assolve la funzione di trasferire il carico allo scheletro della protesi; – da un’invasatura (realizzata in polietilene) a pareti flessibili, trasparente, inserita nella struttura portante, che ha la sola funzione di contenere e proteggere il moncone.
Il vantaggio principale di questo tipo d’invasatura è il comfort. Infatti, con essa è possibile disporre di un’invasatura le cui pareti elastiche sono in grado di adattarsi alle variazioni di volume del moncone dovute, ad esempio, alle contrazioni muscolari, con possibilità di ripresa della tonicità muscolare del moncone. Gli svantaggi invece, sono legati essenzialmente al costo elevato ed alle ridotte possibilità d’adattamento che l’invasatura consente una volta costruita.
Strettamente legato alla funzionalità dell’invasatura, è il suo sistema di sospensione o d’ancoraggio, cioè il mezzo con cui si evita che essa, sotto l’azione della gravità e delle forze d’inerzia, si possa sfilare dal moncone durante la fase oscillante del passo. I moderni sistemi di sospensione sfruttano in genere, particolari sporgenze ossee.

PROTESI TRANSFEMORALI

TRANSFEMORALI

 

TEMPORANEE E DEFINITIVE

Sancita la netta superiorità del sistema endoscheletrico su quello esoscheletrico (parte introduttiva Protesi di arto inferiore), in questa sezione verrà illustrato tutto il mondo delle protesi transfemorali modulari o endoscheletriche.

Le protesi transfemorali possono essere distinte tra temporanee e definitive.

La protesi temporanea transfemorale è costruita esclusivamente con sistema modulare o endoscheletrico, con la stessa struttura tubolare usata nella definitiva. Anche il ginocchio ed il piede protesico applicati dovrebbero essere quelli previsti per la protesi definitiva per garantire analoghi livelli di funzionalità. Tuttavia, poiché l’invasatura non consente un controllo ottimale della protesi, l’uso di ginocchi polifunzionali e/o piedi a restituzione di energia non è consigliabile in quanto il paziente non ne apprezzerebbe a pieno le superiori caratteristiche funzionali.
Nella protesi transfemorale temporanea la cosmesi in gomma espansa è del tipo standardizzato in quanto quella personalizzata verrà inserita sulla protesi definitiva.
La trasformazione da temporanea a definitiva avverrà con la sostituzione dell’invasatura e l’aggiunta dell’estetizzazione in espanso elastico su misura.

Protesi transfemorale modulare definitiva

Nella protesi transfemorale modulare definitiva il peso corporeo viene trasmesso all’invasatura quasi esclusivamente (circa l’80%) tramite la tuberosità ischiatica che poggia su una zona detta “appoggio ischiatico”. La restante (minima) parte del carico è trasferita attraverso le pareti dell’invasatura tramite le masse muscolari del moncone a contatto con queste (carico idrostatico) e nel cui caso l’invasatura si dice “ad aderenza” e tramite l’apice del moncone, solo se correttamente stoffato (tecnica osteomioplastica), nel qual caso si ha contatto su tutta la sua superficie e l’invasatura si dice “a contatto totale”.
L’invasatura può essere realizzata “a pareti rigide” (in legno, in resina da laminazione o in polipropilene termoformabile) o “flessibile”, caratterizzata da due ampie finestrature del telaio, una anteriore e una posteriore. Può inoltre essere realizzata con forma quadrilaterale o a contenimento dell’ischio, in genere associata al sistema a pareti flessibili.
Contrariamente a quanto avviene per le protesi per amputazione transtibiale e per disarticolazione di ginocchio, nelle quali per il loro ancoraggio al moncone vengono sfruttate delle sporgenze ossee (i condili femorali), in quelle per amputazione transfemorale l’assenza di prominenze ossee richiede soluzioni differenti. L’avvento della resina da laminazione e dei materiali termoformabili (polipropilene) ha consentito la diffusione dell’invasatura ad aderenza o a contatto totale che riproducono in maniera molto accurata la morfologia del moncone. Ciò ha permesso di adottare per l’ancoraggio (sospensione) dell’invasatura, il sistema detto “a sospensione pneumatica” o “a depressione”. L’intima adesione dell’invasatura al moncone è ottenuta estraendo, tramite una valvola a bottone posta nella parte distale dell’invasatura, l’aria che rimane al suo interno dopo l’introduzione del moncone. Questa operazione crea una differenza di pressione tra quest’ultimo e l’interno dell’invasatura determinando un “effetto ventosa”. Un sistema di sospensione alternativo a quello sopra descritto, è costituito dalla cuffia con ancoraggio terminale. Questa fornisce un ottimo comfort al moncone in quanto lo protegge dalle sollecitazioni essendo realizzata in gel di silicone, in uretano o in stirene.
La struttura della protesi, per ridurne il peso, può essere realizzata in lega leggera, in lega di titanio o in fibra di carbonio. Una interessante alternativa alle strutture rigide sopra de-scritte è rappresentata dal sistema Clever Bone. In esso la struttura tubolare è sostituita da due tubicini in carbonio che le conferiscono elasticità nel piano sagittale oltre a farla comportare come un compensatore torsionale. Ne risulta una deambulazione molto confortevole per il paziente. Il componente della protesi transfemorale che, senza dubbio, ha maggiore influenza sulle sue prestazioni è il ginocchio. Esso, infatti, deve garantire stabilità alla protesi sia nella posizione di ortostatismo, sia nelle fasi di appoggio, durante la deambulazione. I ginocchi at-tualmente più utilizzati sono dei sistemi meccanici passivi, azionati da particolari movimenti del moncone, effettuati all’interno dell’invasatura, che comandano il movimento di flesso-estensione dell’articolazione. Agli originari ginocchi monofunzionali con bloccaggio (in genere utilizzati con i pazienti geriatrici) manuale e articolati liberi (policentrico, a freno automatico, monoasse idraulico), negli ultimi anni, si sono affiancati i ginocchi polifunzionali, così detti perché sono caratterizzati dal possedere la funzionalità di più di un ginocchio monofunzionale.
Anche nella protesi transfemorale, l’evoluzione del piede protesico ha consentito di migliorarne in misura sensibile le prestazioni. Infatti, nei primi anni 80’, i tradizionali piedi Sach (acronimo di solid ankle-cushion heel ovvero tallone morbido, caviglia rigida) non articolati ed articolati (mono o pluriasse) furono affiancati dai piedi dinamici o ad accumulo-restituzione d’energia. Essi sono in grado di imprimere una spinta in avanti e verso l’alto alla protesi grazie alla restituzione di una parte, anche considerevole, dell’energia meccanica accumulata durante le fasi di carico.

PULIZIA DEL MONCONE

LA PULIZIA DEL MONCONE

 

DESCRIZIONE

La pelle svolge diverse funzioni, che spesso vengono compromesse dall’uso di una protesi. Tutti gli amputati possono sperimentare nel tempo problemi dermatologici associati all’uso di una cuffia.
La stabilità dell’invasatura, gli schemi biomeccanici e di logoramento sono fattori che influenzano in modo significativo l’insorgere di queste complicazioni.
La pelle all’interno di qualsiasi invasatura protesica è esposta a pressioni e frizioni. L’invasatura influisce inoltre sulla capacità della pelle di regolare la temperatura e sulla sensibilità,creando spesso un ambiente favorevole allo sviluppo dei batteri.
Le forze meccaniche, la temperatura e l’umidità possono introdurre dei cambiamenti nella struttura e nella composizione della pelle. La stimolazione ripetuta provocherà una reazione dell’epidermide, nel tentativo di proteggersi dai potenziali danni. I rischi per la pelle possono essere molteplici: irritazione generale del moncone, formazione di vesciche prossimali al bordo superiore della cuffia, infiammazione della rotula, formazione di vesciche distali nella parte inferiore del moncone, cisti, eccetera.
E’ determinante, per la salute della pelle, che questi fattori di rischio siano tenuti sempre sotto controllo, attraverso un’adeguata cura del moncone e un corretto utilizzo della cuffia.

Cura del moncone

Per mantenere il moncone in salute, è necessario effettuare regolarmente le seguenti operazioni: ispezione, mobilizzazione e desensibilizzazione della cute, pulizia e idratazione.
L’ispezione regolare della cute è necessaria per evitare lo sviluppo di pressioni dolorose che possano condurre a infezioni o complicazioni di vario tipo.
Una pressione dolorosa si identifica in una zona di pelle (generalmente su una prominenza ossea) che appare rossa o scura più a lungo di 30 minuti dopo che la pressione è stata rimossa.
Durante l’ispezione usare uno specchio o farsi aiutare da qualcuno per esaminare le parti più nascoste.
Nelle amputazioni transfemorali fare particolare attenzione alla zona dell’inguine e degli ischi, in quelle transtibiali prestare maggiore attenzione alla cresta tibiale all’apice del moncone e alla zona dietro il ginocchio.
Mobilizzazione e desensibilizzazione. E’ raccomandabile effettuare quotidianamente un massaggio al moncone frizionando e picchiettando con le dita la cute. Iniziare con un massaggio leggero vicino alle articolazioni residue (anca, ginocchio, etc.) fino ad arrivare vicino alla fine del moncone. Aumentare gradualmente la profondità del massaggio.
La pulizia quotidiana del moncone è essenziale.
Lavare l’arto con un sapone liquido neutro (privo di coloranti o fragranze) e acqua calda e picchiettare sul moncone bagnato con un asciugamano.
Lasciare all’aria aperta per 2 minuti prima di indossare nuovamente la protesi. Anche la corretta idratazione è fondamentale per la salute della pelle, perché aiuta a ridurre i possibili problemi e danni ai tessuti epidermici.
Una lozione idratante dovrebbe essere applicata regolarmente per le ore notturne, per nutrire e ammorbidire la pelle. Non applicare la lozione sull’arto residuo immediatamente prima di indossare la cuffia, altrimenti questa perderà aderenza e scivolerà dal moncone.

Cura del moncone
Cura del moncone
COME INDOSSARE LA CUFFIA

COME INDOSSARE LA CUFFIA

 

DESCRIZIONE

Prima di indossare la cuffia, ispezionarne l’interno per verificare che sia pulito, asciutto e che non siano presenti detriti che possano causare irritazioni della pelle.
Per indossare la cuffia è sufficiente rivoltarla fino ad esporre il più possibile la sua estremità distale.
Posizionare quest’ultima contro il moncone verificando l’assenza di tasche d’aria: il modo migliore per essere certi che l’aria non rimanga intrappolata all’interno della cuffia è quello di rivoltare l’estremità della cuffia in modo che risulti piana (la forma di un piattino, non di una tazza), prima di poggiarla sull’estremità del moncone.
Avvolgere la cuffia facendola scorrere verso la parte superiore del moncone, prestando attenzione a non danneggiarla con le unghie.
Non tirare né dare strattoni. Se si utilizza una cuffia senza rivestimento esterno in tessuto, è possibile facilitare l’operazione spruzzando un lubrificante sulla superficie esterna della cuffia, rivoltarla, indossarla e poi rimuovere il lubrificante in eccesso.

Come indossare una cuffia

 

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